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Le domande di Vanni Santoni a Gianluca Morozzi

In domande, festival, passaggi per il bosco on 24/07/2009 at 10:49

Qui nel frattempo sono successe un sacco di cose, che vi racconteremo, in un crescendo di surrealtà culminato con Gianfranco Franchi che ieri faceva da tramite medianico rispondendo alle domande per conto di Paolo Mascheri, assente causa cancellazione volo all’ultimo minuto. Stasera Franchi alla Mieleamaro, Pino Cabras, Morozzi e cagnolini che ridono a Serdiana. Seguiranno aggiornamenti. Nel frattempo godetevi le domande di Vanni Santoni a Gianluca Morozzi.

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Vanni Santoni - Racconta la tua formazione fumettistica, dagli albori a oggi, e come ha influenzato la stesura di “Colui che gli dei vogliono distruggere”.

Gianluca MorozziIl mio rapporto maniacale e morboso con i fumetti è nato il giorno in cui mio nonno mi ha regalato un numero dell’Uomo Ragno (editoriale Corno) intitolato “Faccia a faccia con il morto”. Avevo sei anni. Da allora ho collezionato e colleziono ancora ogni albo e volume possibile che abbia a che vedere con i supereroi Marvel e Dc. Nel frattempo, leggendo i supereroi, ho scoperto alcuni geni assoluti come Grant Morrison e il grandissimo Alan Moore, di cui ho letto tutto il leggibile, ho scoperto Peter Bagge e Love and Rockets… e, soprattutto, un giorno mi è capitato in mano un volumetto di Andrea Pazienza, e quel giorno mi sono chiesto come avevo fatto sin lì a vivere senza aver letto quel genio. Per cui, a cadenza più o meno biennale, mi ricompro le nuove edizioni di Pertini, o di Pompeo, o di Pentothal, sempre sperando in mezza tavola inedita…
In Colui che gli dei vogliono distruggere è entrato un po’ tutto… il supereroe alla Alan Moore (Supreme, o Tom Strong), i cinquant’anni di congelamento (Capitan America), le origini risalenti all’ottocento (Wolverine), accenni alla Legione dei Supereroi… e le sottotrame eterne che si trascinano numero dopo numero, con l’arcinemico che trama nell’ombra pronto a colpire…

Vanni Santoni - Tu scrivi un sacco di libri. Ergo ti sarai già chiesto qual è il ruolo dello scrittore oggi. Diccelo.

Gianluca  MorozziIn realtà non me lo sono chiesto affatto. Se inizio a pormi domande su quello che è il ruolo dello scrittore e le responsabilità dello scrittore nei confronti del mondo e il peso dello scrittore di fronte alla società, inizio ad andare in crisi e a scrivere delle porcate allucinanti. Preferisco andare avanti come un treno, scrivere senza pensare a quel che significa ciò che sto scrivendo per l’universo-mondo ma solo quel che significa per i miei lettori, per me e per il mio editore. Per fare discorsi seri, ci sarà tempo più avanti. Intorno al trentacinquesimo romanzo.

Come arrivare a Is Paulis, programma di oggi e Preambolo T

In festival, passaggi per il bosco, programma on 22/07/2009 at 11:45

Prendete la strada statale 387, direzione Dolianova. Superate le indicazioni per Dolianova e anche quelle per Serdiana. Proseguendo vi troverete davanti un incrocio con le indicazioni per arrivare a Ussana e Monastir a sinistra e Serdiana a destra. A quel punto aguzzate la vista perché subito dopo, al chilometro 22, sulla sinistra c’è un’uscita con un enorme cartello “PARACADUTISTI“.
Infilatevici prontamente, perché lì c’è Is Paulis. Proseguite lungo la strada sino al cartello “Zona addestramento cani da caccia e da cinghiali“, lì voltate a destra.
Nonostante l’apparente assurdità delle indicazioni, siete appena arrivati dove si terrà un festival letterario, e per la precisione Passaggi per il bosco. Fra l’altro vi consigliamo, se potete, di arrivare prima che tramonti il sole, perché dal padiglione di Is Paulis in cui si terranno buona parte delle presentazioni e degli spettacoli si gode un tramonto spettacolare che merita davvero di esser visto.

Detto questo, il programma della serata è il seguente.

Vanni Santoni legge Gli Interessi in come al Simposio, Roma - foto di Scrittori precari

Vanni Santoni legge Gli Interessi in come al Simposio, Roma - foto di Scrittori precari

h. 19.00 :: LIBRERIA MIELEAMARO – Cagliari :: Vanni Santoni, Gli interessi in comune (Feltrinelli) – introducono Giovanni Curreli e Roberta Ragona

h. 21.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: Buffet (10 euro a persona)

h. 22.00 :: IS PAULIS – Serdiana:: Passare al bosco: sì ma come? mescolanze opificiste tra Ernst Jünger e Carmelo Bene

h. 23.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: Finger Food. Parole Note e Buffet con Gustavo Pratt (alias Paolo Maccioni), Scrittori à la carte (Aìsara) e Gianni Zanata, Prestami una vita (Edizionirebus) – letture di Elio Turno Arthemalle e musiche di Nicola Cossu

h. 24.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: Angolo T di e con Simone Rossi e Enrica Camporesi

Nell’attesa di stasera, ecco quello che ha scritto Simone Rossi per Passaggi per il bosco.

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preambolo T


ovvero

Perché in un bosco invece che a Borca

Sante Plachesi detto Über fa il pompiere e ha l’hobby della scherma medievale.
“Tranquillo”, mi dice. “Quest’anno lo tengo io Simoncino. Ci mancherai”.
Über ha una chiave di basso tatuata sulla spalla sinistra, ascolta un sacco di fusion e pensa che di Jaco
Pastorious non ce ne sia mai abbastanza.
Anche voi mi mancherete, gli dico.
In verità, in verità vi dico: mi mancherà soprattutto Simoncino.
Salve, mi chiamo simone, scrivo il mio nome con la minuscola, ogni tanto mi sento gesucristo e questa è
la noiosissima storia della mia vita: facciamo finta che sia un racconto, così posso inventarmi le cose. Il
nome del pompiere bassista era inventato, per dire. Simoncino è vero.
Simoncino è un ragazzo down, nel senso di Sindrome di Down. Ha quasi 21 anni, è biondo e gli piace
Gianni Morandi. Da dieci anni io e Simoncino e altre cento persone e un prete andiamo a fare un campo di
condivisione a Borca di Cadore, un posto vicino a Cortina in cui l’altro giorno una frana ha sventrato una
casa con una famiglia dentro. E’ una cosa molto parrocchiale, il campo di Borca.
Magari il mio rapporto con Dio, la religione, i preti, la parrocchia, il coro della parrocchia, le feste della
parrocchia, gli amici della parrocchia, i genitori, le figlie, le figlie dei catechisti, le suore, la maestra, Edipo e
tutti gli angeli in colonna, magari la mia infanzia la svisceriamo un’altra volta. I primi dieci giorni di agosto,
ogni anno da dieci anni, io vado dieci giorni in vacanza con un gruppo di disabili. A Borca.
A Borca ho limonato con:
- Tatiana. Io avevo sedici anni, lei diciannove. Si era appena diplomata al classico con sessanta
sessantesimi. Io ascoltavo i Korn e avevo i capelli a spazzola tirati su anche di dietro. La sera del 9 agosto
1998 io e la Tatiana ci chiudiamo in bagno. Io la guardo e riesco a dirle senza balbettare: Non pentirti di una
cosa che hai fatto, se mentre la facevi eri felice. Lei mi dice che la devo smettere di dire ’ste cazzate, poi mi
prende la testa tra le mani e mi mette la lingua in bocca. Mi mangia il labbro di sotto. E’ stato il bacio più
bello della mia vita (era il secondo. Giada, l’anno prima, aveva i baffi). Oggi Tatiana ha un marito e
probabilmente una figlia, o un maschio, boh, non la sento più.
- Due cameriere di cui non ricordo il nome, in due sere distinte, in dieci giorni. Era un anno che
facevamo i falò in riva al fiume con le cameriere dell’albergo, io suonavo la chitarra, figurarsi.
- Giulia.
- Michela: l’edizione 2006 ci ha visti addirittura fidanzati. Ora io non è che io possa parlare della mia ex,
tra l’altro ogni tanto penso a una canzone e due giorni dopo lei me la mette su Facebook, tutto è molto
telepatico e facilmente banalizzabile a leggerlo da fuori (sì, ho appena detto la parola Facebook), e poi
sicuramente queste righe finiranno sotto i suoi occhi e lei è lì che legge, ah ah! ciao Miky! Come stai? Sei lì
che ti chiedi: chissà cosa scriverà, chissà come sta, chissà se tu ci vai a Borca, Michela, nemmeno a te ti
sento più, forse è questo il motivo per cui non vado a Borca quest’anno: cosa ci vado a fare se non riesco
più a stare bene in un posto che ha rappresentato così tanto per la mia – come dire – formazione?
“Forse è proprio perché si è chiusa una fase, stellina. Oltre tutto, ti ha appena lasciato la morosa”.
Questa sì che è difficile da scrivere. Enrica e io siamo quelli che fanno Angolo T, salve. Abbiamo vissuto
(siamo vissuti?) insieme per un anno e mezzo, abbiamo avuto un gatto e ci siamo detti Ti Amo guardandoci
negli occhi, poi lei è andata a Venezia e io no, e dalla settimana scorsa non stiamo più insieme, è un po’
difficile da spiegare, però siamo qua e facciamo Angolo T, salve.
Lei legge, io scrivo.
Io suono, lei recita.
Oh, ma che carini.
Già.
E state insieme?
Stavamo.
Ah.
Angolo T: ho scritto un racconto e lei l’ha letto e io ho suonato e lei ha recitato, e adesso è un piccolo
spettacolo teatrale, oh, ma che carini. Già, l’avevi già detto. Adesso ti facciamo vedere Angolo T, che la vita
di simone rossi dopo un po’ è una noia mortale.
Angolo T, tra l’altro, se lo leggi al contrario diventa Tologna, come Bologna con la B.
Infatti in una radio di Bologna c’è un programma che si chiama Angolo B.
Però non c’entra niente.
E insomma, avevo poche ferie e dovevo scegliere tra andare per l’undicesimo anno a Borca o per la
prima volta in Sardegna. A un festival di letteratura. In mezzo a un bosco. Organizzato da un amico che si
chiama Simone pure lui, però con la maiuscola, tra l’altro io e Simone ci siamo conosciuti a Bologna
parlando di una radio, pensa te le coincidenze, e allora ho deciso di venire a Passaggi per il Bosco, con
l’Enrica, invece di andare a Borca. Vediamo come va.
L’ultima volta che sono andato in un posto per vedere come andava sono finito ad Addis Abeba. Poi
sono tornato a casa e ho scritto un libro, si chiama La luna è girata strana, ma Neil Armstrong non c’entra
niente.
Adesso, però, facciamo Angolo T.
Davvero.
No, un’ultima cosa: volevo salutare la redazione di Finzioni, il nonno Tonino,
e ricordarvi che Bob Dylan è morto quella volta lì dell’incidente in moto (era il 29 luglio 1966, fanno 43 anni
mercoledì prossimo). Dopo Blonde on Blonde, semplicemente, non è più lui. Basta saperlo.
Ecco, cominciamo, benvenuti.


[simone rossi]

Le domande di Decimo Cirenaica a Gianfranco Franchi

In domande, passaggi per il bosco on 21/07/2009 at 10:40

Decimo Cirenaica: Cos’è Monteverde? Una raccolta di racconti, un romanzo o uno zibaldone di pensieri?


Gianfranco Franchi: Tecnicamente, il libro è nato per essere una raccolta di racconti strutturata con una precisa architettura, precise e determinate corrispondenze tra una sezione e l’altra, anticipazioni e richiami interni in punti predeterminati del testo. Qualche filologo se ne è accorto e ci si sta divertendo. Ab origine, questo libro era soltanto una struttura, disegnata con tutta una serie di frecce in corrispondenza di certi titoli. L’idea era che questa raccolta di 47 (“morto che parla”) pezzi, strutturata in 5 sezioni da 9 e una da 2, intervallati da interludi, avesse la compattezza d’un romanzo e fosse leggibile come un romanzo. E’ accaduto, a dar retta alla critica: tutti parlano di “romanzo”, ma “Monteverde” è e rimane una raccolta di racconti. E’ il terzo pannello della mia “Trilogia dell’Identità”: viene dopo “Disorder” (raccolta di racconti, 27 pezzi. 27 sta per “San Paganino”) e “Pagano” (antiromanzo: pamphlet politico+romanzo breve), e non avrà seguito. “Trilogie in cinque libri” poteva scriverne solo Douglas Adams.

Gianfranco Franchi fotografato da Apesara

Gianfranco Franchi fotografato da Apesara

Decimo Cirenaica: Perché hai scelto questo titolo?


Gianfranco Franchi: Il mio libro si chiamava “New Order”. Proprio perché chiudeva una trilogia nata con “Disorder”. Il gioco – al di là dell’omaggio a Kandinski – serviva a parlare in codice ai fan dei Joy Division. Si parte da “Disorder”, prima traccia del primo disco, “Unknown Pleasures”, e si finisce con “New Order”, il nome scelto dalla band dopo la morte di Ian Curtis. Alessandra Gambetti, che ha scelto e comprato il libro, mi ha suggerito di cambiare titolo e ha proposto “Monteverde” come soluzione. In effetti, tutta la trilogia è ambientata a Monteverde; Monteverde è uno stato mentale; io vivo qua da 30 anni; siamo ai piedi dell’ottavo colle, romani-non romani; è una vita che parlo del territorio, del mio territorio; e così… niente, l’idea m’ha convinto. E’ un titolo rispettoso del mio lavoro e della mia scrittura, e fedele al mio spirito. E’ chiaro che per me questo libro continua a chiamarsi “New Order”, ma tanto in Italia non frega un cazzo a nessuno degli autori, giusto? Siamo figure funzionali, di solito, abbiamo pochi amici, qualche fan, un po’ di buona critica, cose del genere. Va bene così.

Decimo Cirenaica: Una delle sezione del tuo libro è dedicata al Lavoro: è possibile discutere di Lavoro senza il filtro quotidiano del politico? Liberarsi dall’ideologia del lavoro è l’urgenza dei nostri tempi?
Gianfraco Franchi: Guarda, io sono figlio di un sindacalista, e nipote di un imprenditore che ha avuto parecchi dipendenti, a suo tempo. Sento molto il problema perché, a differenza del nonno padrone e del padre sindacalista, io incarno il lavoratore atipico, l’intellettuale partita Iva, che tutti pagano poco e male e con molti ritardi, e tutta la mia vita è stata rovinata dalla scelta professionale (ed esistenziale) compiuta in gioventù. Per darmi alla letteratura mi sono negato alla borghesia. Scelta pagata a carissimo prezzo. E’ da fine 2002, da quando mi sono laureato, che soffro – come tutti gli umanisti – per questa situazione contrattuale, economica e professionale. E’ chiaro che dobbiamo batterci perché si discuta di lavoro senza filtro del fu Partito Comunista e relative metamorfosi poco credibili, e senza il filtro del loro sindacato. La storia recente – non quella remota – ha dimostrato quanto male abbiano fatto i partiti ai lavoratori, tradendoli e abbandonandoli alle riforme uliviste e forziste. Liberiamoci dei partiti e delle ideologie sporche di sangue, puntiamo sulle idee e sull’ideale: un ideale semplice. Che ciascuno possa lavorare guadagnando dignitosamente, e possa permettersi di vivere con semplicità e onestà senza dover truffare il fisco o senza dover truffare il prossimo. E che le tasse alle imprese diminuiscano: e che siano seriamente incentivate ad assumerci. Che altro? Io adoro lavorare. Lavorerei tutto il giorno. Perché mi ritrovo in queste condizioni? Che ne so. So solo che sono anni che mi spacco la schiena tra editoria, agenzie pubblicitarie, giornali, etc, ma qui non cambia niente. Se in un mese guadagno 1.200 euro, lavorando 10-12 ore al giorno, apro lo champagne. Una badante guadagna più di me. Mi sembra una gran porcata. Molto italiana. Troppo comune. Ne riparliamo a voce.

Ecco, a proposito di “ne riparliamo a voce”: se avete domande chiedete pure, che le faremo per voi agli autori nei prossimi giorni.